giovedì 21 novembre 2019


I BUONI PROPOSITI PER IL 2020
Consumare meno plastica;
Arrabbiarmi meno;
Imparare a fregarmene spesso …  che vuol dire dare importanza alle cose e alle persone che m’interessano veramente e non dare peso a ciò che non contribuisce alla mia felicità…;
Dormire di più;
Lamentarmi di meno…. sopprattutto con Macline, ma anche criticarmi meno !
Fare jogging anche la Domenica mattina;
Non prendere il tutto troppo serio;
Scrivere frequentemente ad amici e parenti vedi Elen…;
Dedicarmi al fai da te.

mercoledì 14 agosto 2019

VENEZIA I SUOI PONTI, I SUOI CAMINI E NOI.



Dopo aver percorso il lungo e diritto tratto sulla laguna, che poi è il ponte della Libertà, si arriva a Piazzale Roma si passa il ponte in vetro e cemento della Costituzione ed eccoci alla stazione di Santa Lucia e di colpo ci si ritrova dentro il decoro di Venezia con il Canal Grande e i suoi vaporetti, le gondole e i suoi gondolieri,canali e canaletti e le centinaia  di ponti con quelli di Rialto e  dei  Sospiri
su tutti, con le migliaia di scalini da salire e scendere. In origine per quanto possa sembrare strano, non c’erano  ponti a Venezia in quanto gli abitanti erano soliti spostarsi attraverso le 121 isolette con le proprie imbarcazioni o con i traghetti dell’epoca. Il progresso tecnologico, l’aumento della popolazione, il rigoglioso fiorire della città dovuto all’aumentare dei flussi commerciali hanno però reso necessaria la costruzione di passaggi carrabili che collegassero le diverse zone. Così sono nati i 435 ponti di Venezia, di cui 300 sono in pietra, 60 in ferro e i restanti in legno. Si ha testimonianza dei primi ponti in pietra dal 1170. In origine essi erano anche senza parapetti per facilitare il carico nelle barche dall’alto  ma in seguito all’aumento della popolazione ed a qualche improvvida caduta in acqua sono stati aggiunti nell’Ottocento. Un breve accenno al ponte di Rialto sicuramente tra i piu’ conosciuti, situato nel cuore del polo originario di Venezia è stato il primo ponte in pietra a collegare le rive di Canal Grande. Sin dall’origine della città Rivoaltum era il centro del potere commerciale di Venezia e la prima realizzazione di questo ponte risale alla fine del XII secolo ad opera di Nicolò Barattieri. Si trattava di un ponte fatto di barche unite da assi di legno chiamato il Ponte della Moneta, in memoria del pedaggio che si pagava allora attraversando con il traghetto. Un piccolo accenno anche ad un’altro famoso ponte quello dei Sospiri non lontano da piazza San Marco, lungo il molo principale prospiciente il Palazzo Ducale e certamente il piu’ fotografato. Realizzato in puro stile barocco tra il 1600 e il 1603 in pietra bianca d'Istria, pietra utilizzata per quasi tutte le costruzioni di Venezia,  nasconde completamente due corridoi separati da un muro che collegano le Prigioni e Palazzo Ducale ed esattamente le stanze dei magistrati , dove i prigionieri dovevano essere processati e doveva offrire la massima sicurezza contro ogni tentativo di fuga. Per tradizione popolare si dice che il Ponte dei Sospiri abbia questo nome perchè in esso transitavano i condannati o i detenuti in attesa di giudizio, i quali potevano vedere la luce del giorno e il bellissimo panorama del bacino e della laguna per l'ultima volta, sospirando quindi per la terribile detenzione che li aspettava nelle durissime celle della Serenissima ! Ma come non menzionare il Ponte degli Scalzi che è vicinissimo alla stazione dei treni ed è conosciuto come “degli Scalzi” perché per oltre trecento anni appartenuto all’ordine dei Carmelitani Scalzi. Ma è dovere citare anche il Ponte dei Tre Archi o quello dell’Accademia e ce ne sarebbe da citarne altri e altri ancora. E i famosi gradini? Forse non tutti lo sanno, ma fino a circa il 1500 i ponti di Venezia ne erano sprovvisti per permettere ai cavalli di trainare senza difficoltà.



Provare a contare le chiese di Venezia è piu’ facile scriverlo che a farsi ed io ne ho perso il conto gia’ al primo giorno.  Delle sue circa  250 Chiese  ognuna  di loro ha
una lunga storia da raccontare, anzi moltepliche, con la loro architettura diversificata in ogni stile e di ogni epoca e di ogni dimensione, piene di dipinti, di quadri e di affreschi nonchè di statue di bronzo di marmo e di legno e dei maggior artisti veneziani e non, addobbi e reliquie comprese. Tra i maggior artisti un accenno ai piu’ famosi: Canaletto, Verrocchio, Giorgione, Tiepolo, Gentile e Jacopo Bellini, Favretto, Caravaggio a tanti altri. Un souvenir particolarmente a me caro e' stata la
visita alla Basilica dei Santi Giovanni e Paolo che è uno degli edifici medievali religiosi più imponenti di Venezia, assieme alla basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, e che viene considerata il Pantheon di Venezia grazie al gran numero di Dogi veneziani e altri importanti personaggi che vi sono stati sepolti a partire dal Duecento e sorge nell'omonimo campo, nel sestiere di Castello e qui subentra un’altro particolare che me la rende veramente unica in quanto sul piazzale c’e’ la statua in bronzo del celebre condottiere di origine bergamasche Bartolomeo Colleoni  capitano generale delle forze terrestri della Repubblica di Venezia che morendo lasciò ricche donazioni allo Stato Veneziano esprimendo che in cambio gli venisse eretto un monumento equestre a San Marco. La repubblica accettò  e dopo aver bandito il concorso fu vincitore il Verrocchio (maestro fiorentino di Leonardo da Vinci) ma terminato da Alessandro Leopardi a seguito della morte del primo nel 1488. Da sapere che vigeva a Venezia una legge che vietava l’erezione di monumenti dedicati a qualsiasi personaggio nella Piazza San Marco e contemporaneamente decise che questa doveva essere collocata nel campo dei SS. Giovanni e Paolo giusto davanti all’Ospedale San Marco e oggi continua a campeggiare laggiù e a detta di molti critici nel definirla "la più bella statua equestre del mondo". Ritornando a parlare di Venezia come non citare i suoi beaux Hotels e i suoi Palazzi storici a bordo dell’acqua, per non parlare delle sue stradine strette di una raffinata architettura che formano un labirinto dove nel percorrerle si respira storia ed arte e sfociano sempre in qualche bella piazza dai balconi fioriti e di tavolini dei caffè e una fontana con l’immancabile coda di turisti intenti a riempire qualche borraccia d’acqua corrente e fresca. A Venezia si possono trovare musei e gallerie tra le piu’ prestigiose del mondo per non parlare della Biennale un vero concentrato di cultura e di culture ! Nel percorrere Venezia si arriva immancabilmente nel suo cuore: la magnifica Piazza San Marco, sempre affollata in ogni ora di ogni giorno, con la Basilica e il Palazzo del Doge simboli della Serenissima imperdibilmente da visitare ....,. sempre se disposti a ore di coda d’attesa. Giusto in centro della piazza il Campanile di San Marco il più alto e il piu’conosciuto sulle cartoline, ricostruito dopo il crollo nel 1902 e ancora ben dritto. Ma a guardar bene al di sopra dei tetti di campanili se ne vedono a decine e decine di ogni forma e altezza e di ogni passato storico ma anche in ogni inclinazione ! Non mancano certo le cupole delle tante chiese che si perdono e si confondono nei e con i tetti. Tutto questo spiega e rappresenta bene la vecchia potenza della Serenissima che arrivava fino all’isola di Malta e oltre. 
Ma sostando con lo sguardo sui tetti si nota una selva di particolari e originalissimi Camini che hanno attirato subito la mia attenzione in quanto sembrano fatti in modo accidentale e anomali nel ritmo architettonico di Venezia e viene immediato chiedersi come mai un popolo così pratico, che aveva adottato soluzioni estremamente razionali per sopravvivere in un ambiente ostile quale quello lagunare, si sia cimentato in costruzioni così elaborate, laboriose e costose. Nei secoli l’espulsione del fumo delle abitazioni è sempre stato il tormento dei mesi invernali: morire affumicato o dal freddo. Generalmente il problema era risolto con un foro nel tetto, da cui usciva però anche una notevole quantità di calore e a questo problema si aggiungevano, soprattutto a Venezia, umidità e salsedine. Ecco quindi l’esigenza dì un marchingegno per estrarre il fumo dall’abitazione, ma che doveva anche abbattere le scintille a volte causa di furiosissimi incendi (le primitive abitazioni veneziane infatti avevano tetto in paglia) e, particolare non secondario, favorire la circolazione forzata dell’aria nell’abitazione. Questi camini, come si può vedere da alcune foto, assicuravano che le scintille portate in alto dalla forza ascensionale dell’aria calda non fuoriuscissero dalla canna, in pratica la struttura del camino obbligava l’aria a seguire percorsi tortuosi e le scintille urtando sulle pareti venivano guidate in zone interne al camino stesso, dove si raffreddavano e dove, in considerazione della copertura del camino, restavano imprigionate. Intorno al 12° secolo la Repubblica di Venezia cominciò ad affermarsi come Regina dei Mari e quindi ad arricchirsi passando da costruzioni in legno a quelli in muratura divenendo sempre più di precisione il mestiere dell’artefice della costruzione della città: il “murer” (muratore) con regole ben precise per garantire la qualità del lavoro svolto. Infatti per diventare maestro bisognava superare un esame e quello dei mureri consisteva nel costruire un camino, che doveva essere perfettamente funzionante ed esteticamente consono all’urbanistica della città. Ed ecco che l’umile, semplice e decorativo camino, assunse nell’edilizia veneziana, una posizione di rilievo che portò alla creazione delle caratteristiche forme che possiamo vedere ancora oggi: a campana dritta e rovesciata e o a vaso. La forma a campana si presenta tronco-conica con la sua base maggiore rivolta verso l’alto ed è quest’ultima la più classica forma di “camin” veneziano, molte volte rappresentato nei dipinti dei grandi pittori di scuola veneziana ed è certamente il più funzionale. Non possiamo ovviamente dimenticarci di una figura importantissima che aveva a che fare con questo elemento edilizio: lo “scoacamin” (spazzacamino) un personaggio caratteristico, generalmente piccolo, nero di fuliggine, portava a spalla i suoi arnesi da lavoro: una scaletta, una corda nera, un fascio di “pungitopo” ed un peso ed erano 80 a Venezia gli addetti nel 1661, provenienti dalla Val Brembana, dalla Savoia, dalla Val Camonica e abitavano in calle dei “Scoacamini” (vicina a San Marco).
Un breve ma intenso saluto al Signor Sergio che ci ha non solo accompagnati per giorni e per chilometri in quel della Serenissima, ben 9 km e 600 metri solo il primo giorno  come  dal suo iphone contatore, ma ci ha istruito con notizie, informazioni, indicazioni, segnalazioni, cenni storici e nozioni su tanta storia della città di Venezia e da cui questo blog prende spunto. Sempre affabile, sempre interessante e sempre pronto ad aspettarci quando si rimaneva indietro per le solite fotografie ricordo. Un grazie a mani piene Signor Sergio e sara’ nostro piacere rincontrarla alla prossima edizione della Biennale.

Ultimo ma non ultimo, Venezia per sua collocazione è una città romantica e meta obbligata per le coppie e per I viaggi di nozze e quindi per gli innamorati, n'est-ce pas Macline ????
    

giovedì 8 gennaio 2015

I BUONI PROPOSITI PER IL 2015

Chiamare più spesso parenti e amici; arrabbiarmi meno; ascoltare di più e non parlo di solo musica; smettere di pensare tanto al passato e preoccuparmi troppo per il futuro; ballare; cucinare polenta e coniglio; capire la scienza quantistica; ammazzare meno formiche; andare a trovare Maricri a Kahrtum; guidare sempre con attenzione; coltivare la lavanda; invitare a cena Maman; accettare che il mondo è così; usare più prodotti naturali e meno buste in plastica; rispettare sempre il semaforo rosso anche la domenica mattina presto; disfarsi dei ribbons vecchio stampo; fare un regalo a Macline il giorno del suo compleanno; leggere e dormire molto; riprendere a giocare a tennis; aspettare la visita di Padre Stefano; cambiare tutte le password. Ecco i miei propositi per il nuovo anno. Pro: ho un anno di tempo. Contro: non è detto. Buon anno a tutti, Carlo

lunedì 27 gennaio 2014

Ciao ci si vede domani

Quando ero ragazzino amavo la mia città. Ero pieno di amici con i quali si giocavano interminabili partite a pallone. Interminabili lo diventavano in quanto conclusa una partita se ne incominciava subito un'altra e la fine arrivava con l'imbrunire. Essendo il campetto sprovvisto di luci la sagoma della palla svaniva nell’oscurità così come svaniva la nostra voglia di giocare e quindi mogi mogi e tanto stanchi ci si salutava con il solito saluto: ciao ci si vede domani. Ma c'erano altri motivi che portavano termine a una partita, uno era l'ultimo richiamo della mamma Eugenia dal balcone con la minaccia "giuro che se non sali subito domani rimani chiuso in casa tutto il giorno". Il secondo motivo e il più crudo era quando il proprietario se ne andava portandosi con se la palla e di conseguenza partita finita. In questo caso si potevano avere due alternative: che uno dei presenti corresse a casa a prenderne uno correndo il rischio di entrare e non uscirne più, vedasi minaccie varie delle mamme e l'altra era quella che arrivasse qualcuno con la palla diventando l'idolo di tutti, infatti "l'eletto" poteva scegliere la squadra, dare il calcio d'inizio e quando smettere. L'importante per noi ragazzini era di giocare con l'obbiettivo di vincere. Quante saracinesche dei vari garage, dei vari cortili, dei vari palazzi che abbiamo ammaccato. Un ricordo lo rivolgo al pannello in metallo col simbolo rosso del divieto di sosta inchiodato con quattro lunghi chiodi arugginiti, di cui ben la metà era sporgente talmente tanto che ogni tanto un pallone ci lasciava l'aria, ebbene questo pannello era diventato il nostro canestro essendo giusto nel centro del muro ed ad un'altezza giusta per la nostra età. L'avessero messo un metro o di qua o di là, o mezzo metro più in giù o più in sù che non l'avremmo utilizzato come canestro. Ironia della sorte quando l'avevamo ormai distrutto piegato su se stesso contorto come della carta stagnola utilizzata hanno pensato di cambiarlo ed ironia della sorte il nuovo l'avevano rimesso giusto in centro ma posizionato più in alto, cosa perfetta per noi ragazzi che durante eravamo "lievitati" ma per fortuna del cartello i nostri "canestri" erano cambiati. Un'ultima cosa il pallone era sempre lo stesso e lo utilizzavamo con i piedi e con le mani.
Amavo talmente il mio paese che non riuscivo minimamente a immaginare che attorno ci fosse un mondo intero. Mi sentivo protetto, mi sentivo amato, mi sentivo al sicuro. A mia volta amavo tutto in quel periodo la mia famiglia, la mia stanza, l'appartamento al secondo piano, lo stesso palazzo, i parenti brianzoli, i vicini, i numerosi amici, la scuola e i compagni ed anche i vari professori, l'andare in Chiesa e l'andare all'oratorio soprattutto a quello estivo, i nonni, gli zii e i cugini e gli innumerevoli viaggi nella bergamasca e le sue estati.... a dir il vero ci passai anche un ultimo dell'anno con gli amici del paesello separato in due dalla roggia Borgogna con una pizzata nella centralissima Bergamo e al cinema subito dopo con la proiezione di uno dei sempre divertenti Fantozzi, un giro per la città alta e rientro congelato (quando si circola in motorino in pieno inverno è abbastanza normale). Allora non fumavo, bevevo esclusivamente coca-cola e niente alcool, le droghe non sapevo che esistessero quasi come le ragazze. Di avere una ragazza ai quei tempi era impossibile sia per la scelta delle ragazze che cercavano altro e sia perché nella mia mente c'era spazio solo per gli amici e lo sport, calcio e pallavolo le mie favorite ma praticavo anche la corsa campestre e il nuoto. Era tutto una gioia. Era gioia anche quando mia madre mi mandava a fare la spesa nei piccoli supermarket del paese dove si trovava tutto e tutti si conoscevano, ai quei tempi non si pagava immediatamente ma si lasciava “segnato” su un quaderno in custodia alla cassiera e avrebbe provveduto poi mia madre a fine mese a saldare il conto. Erano gli anni dei primi video games nei bar che soppiantavano l'eterno flipper. Ogni tanto con il gruppo ci si andava a giocare ma con molta moderazione, a parte l'interminabile Pack-man dove ho speso giorni e giorni e gettoni sia come giocatore che come osservatore. Infatti a noi scarsi per poter godere un pò di più del gioco rimaneva che seguire e tifare i più bravi tra cui Massimo, che é stato il campione del bar Moderno per tutta l’estate e quasi tutto l’inverno e durante la sua performance si assisteva veramente a una ressa attorno allo schermo. Quando dopo decine e decine di minuti il Pacman giallo veniva mangiato da uno dei fantasmini colorati si sentiva un coro di "nooooooooooo" che riusciva a coprire la voce del televisore sempre acceso ma che nessuno guardava mai, a parte la domenica con 90° minuto e la lettura della schedina e la giostra dei gol della Domenica Sportiva alla sera dove regnava un silenzio assoluto. Quando giocavo io al videogames il solo osservatore era un amico o una persona occasionale, due amici era raro. Li capivo benissimo in quanto non duravo molto. Sono sicuro di essere riuscito a terminare il primo livello come sono sicuro che non ho mai passato il secondo! più che un record era una sfida alla torsione del mio corpo: dal polso all’anca, collo e spalle comprese. Insomma smanettavo, piegavo, spingevo, sudavo ma il mio Pacman andava in altre direzioni. Massimo, il campione, quando giocava oltre ad accendersi e fumare la sigaretta se era domenica si guardava anche i gol, almeno nei primi 5 livelli ! La mia scarsità mi riporta alla mente un souvenir ancora molto vivo in me: mi trovavo al bar con Marco e riusciamo a racimolare un'ultimo gettone. Ma chi dei due gioca ? Facciamo bim bum bam ed esco io come vincitore. Mi preparo e Marco detto il Ginetto mi dice "vai Carletto che è la volta buona, lo sento !". Partito spingo la manopola ma questa causa sudore mi sfugge e mi lesiona leggermente il pollice, il tempo di riprendermi che il Pacman è morto. La partita finisce quasi subito e mentre stavamo uscendo dal bar il Ginetto amareggiato mi dice: lo sapevo, lo sapevo che finiva così, lo sapevo che avrei dovuto giocare io. Mentre percorravamo il corto cammino che ci separava dai differenti condomini gli rispondevo: ma mi sembrava di averti sentito dire che eri sicuro che avrei vinto ... sigh sigh. Non ci siamo più detti niente fino al solito saluto: ciao ci si vede domani. Erano gli anni dove l’Italia in Spagna diventò Campione del Mondo !!! Quella sera eravamo tutti in piazza, dico tutti perché non avevo mai visto una folla così oceanica al mio paese. La sola volta dove si vedeva la maggior parte dei cittadini riuniti era la notte di Natale dopo la Santa Messa con la banda che ormai congelata intonava tre canzoni natalizie giusto il tempo che i presenti si facessero gli auguri ma allo scadere della mezz’ora la piazza tornava completamente vuota e spenta. Quella sera dell’11 Luglio del 1982 non solo la piazza era strapiena e dipinta d'azzurro ma anche le vie attigue erano piene di gente: chi a cantare, chi a suonare, chi a ballare e tutti dico tutti a urlare alla Nando Martellini la formazione a partire dal suo capitano: Zoff, Collovati, Cabrini, Gentile, Scirea, Oriali, Antognoni, Tardelli, Conti, Graziani, Rossi. Ciao ci si vede in Brasile.
Erano anche gli anni dove leggevo tutti i fumetti disponibili in edicola o gratis alla biblioteca comunale: Tex, Zagor, Alan Ford, Lupo Alberto, Sturmtruppen, Diabolik e che molto presto avrei sostituito con i futuri Dylan Dog, Nathan Never e Martin Mystere. Infatti c'era una sfida tra noi ragazzi di via Libertà a chi fosse il primo a leggere una nuova avventura di un super eroe per poi raccontarlo a tutti ottenendo l'interesse con le mille domande del gruppo sentendosi un pò delle star. Sempre in quel periodo lessi il primo libro impegnativo e che non rientrasse in uno dei testi scolastici: un Uomo di Oriana Fallaci, poi sono seguiti tutti e tanti altri. Tutte cose che mi porto dentro ancora oggi. Di seguito sono arrivati gli anni del militare, del lavoro
delle ragazze e le prime gite sui laghi con i motorini prima, con le moto dopo e con le macchine ancora dopo. Insomma un nuovo mondo si apriva ai mie occhi e alla mia conoscenza ed ero attirato da un richiamo chissà da dove e chissà per dove e il problema non era il dove ma il fatto che non sapessi neanche da dove partire !! Ma questo è il dopo. Allora volevo solo crescere ed ero nel pieno dell’adolescenza, un fanciullo ingenuo e spontaneo che passava il tempo tra la famiglia, la scuola e il restante con i ragazzi della via a giocare e a discutere. Allora ero un piccolo uomo. Ma come dicono i pigmei conosciuti nel mio girovagare per l’Africa: «Lo scoiattolo è piccolo, però non è schiavo dell’elefante !». Ciao ci si vede domani.

lunedì 18 febbraio 2013

Viaggio in Burkina Faso

_ _ _ Con un viaggio due avvenimenti speciali. Quali ?? Partiamo da lontano. La mia Maestra Lucia, la emme maiuscola per chi la conosce sa che gli aspetta di diritto, durante l'ora di geografia ci faceva studiare quei Paesi che a me sembravano cosi lontani, così diversi, dal nome strano ma affascinante e data anche la mia giovane età anche un po’ buffi: l'Alto Volta e il Basso Volta.
Grazie alla cartina geografica appesa alla parete con tutto il mondo in evidenza, di fianco quella dell'Italia in scala gigante che per vedere Milano dovevo guardare in alto alla stessa altezza del Crocefisso, immancabile nelle aule scolastiche e sempre allo stesso posto, lassù oltre lo stipite della porta, talmente la in alto che la mia nuca appoggiava sulla schiena, anzi sul colletto bianco del mio grembiulino nero dal fiocco azzurro. Bello !! ...il fiocco azzurro. Il tutto fa presagire che ero piccolino. Ebbene con i due emisferi ben in evidenza potevo vedere che l'Alto e il Basso Volta si trovavano laggiù in Africa, dovrei dire: lassù, ma niente più. Avevo proposto di portarli come materia d'esame ma il mio Gruppo di Ricerca Pomeridiano (il Limonta, il Bianconi, il Calloni e me) optava per la Sierra Nevada della più vicina Spagna. Ebbene con questa visita alla capitale Oagadougou sono venuto a scoprire che il Burkina Faso era l'Alto Volta fino all'agosto del 1984 e la Costa d'Avorio era il Basso Volta fino all'agosto del 1960. Ecco la prima circostanza speciale: dopo 40 anni trovarmi a vivere il quelle terre allora così lontane ma ora così familiari. La cosa strana è che il nome Volta era stato dato dai colonizzatori dal nome dei tre fiumi del paese: Volta Rosso, Volta Bianco e Volta Nero (che davano anche i colori alla bandiera dell'Alto Volta, tre strisce orizzontali, dall'alto al basso: Nera, Bianca e Rossa). Il fiume Volta è formato dai due rami principali dal Volta Bianco (Nukanbe) e dal Volta Nero (Mouhoun) che nascono nel Burkina Faso e si congiungono nel territorio del Ghana. Il Volta Bianco riceve le acque del Volta Rosso (Nazinon) che solca la parte centrale del Burkina Faso. Il Volta Nero per un tratto segna il confine tra il Burkina Faso e il Ghana e successivamente tra il Ghana e la Costa d'Avorio ma solo per pochi chilometri. Rientra definitivamente in Ghana dove forma il piu grande lago artificiale dal nome omonimo nato dalla costruzione della diga di Akosombo. Il fiume Volta continua a tagliare il Ghana in due fino a sfociare nel Golfo di Guinea. Quindi il nome Alto Volta stava a indicare la nazione che conteneva la parte superiore del Volta. Giusto ! Ma perchè all'ora chiamare Basso Volta la Costa d'Avorio quando solo per qualche chilometro il fiume la lambisce ?? Il Ghana intanto era chiamato Costa d'Oro. Mistero misterioso! almeno per la logica. Il secondo avvenimento speciale della mia visita è che nel Dicembre del 1959 Fausto Coppi, il grande ciclista su strada soprannominato il Campionissimo, si trovava in Burkina Faso per delle gare ciclistiche e contrasse la malaria durante una battuta di caccia in un parco appena fuori Ouagadougou. Rientrato in Italia febbricitante morirà qualche settimana dopo divenendo un Mito del ciclismo, la emme maiuscola per chi lo conosce sa che gli aspetta di diritto. Come sto io ??? Bene. Non ho nè gareggiato nè cacciato e per divenire un mito ci vorrebbero dei secoli. Ma rimango sempre un Maschio italiano ... la emme maiuscola per chi mi conosce sa che mi aspetta di diritto...... hiiiiiiiiiiiiiiiii

sabato 25 agosto 2012

Il pandino dipinto di blu.

La Panda è un’auto superutilitaria prodotta in tre serie la prima nel 1983, la seconda nel 2003 e l’ultima quest’anno dalla Fabbrica Italiana d'Automobili a Torino (come disse un spettatore che partecipava a un noto programma di quiz per non fare della pubblicità gratuita od occulta, insomma per non pronunciare il marchio FIAT) e che vinse il Premio “Compasso d’Oro”. Quella di mia madre è di colore blu e fa parte della prima serie quella disegnata da Giorgetto Giugiaro. Per essere precisi è quella del restayling avvenuto nel 1986, chiusura centralizzata, finestrini elettrici, allarme, un porta oggetti più grande e della plastica in più.
Perchè parlo della panda di mia madre ? Perchè quest’estate m’ha gentilmente offerto il "pandino" (è il diminutivo con cui lo chiamiamo in famiglia) per andare nella splendida Sardegna via Genova e dopo il traghettamento e lo sbarco a Olbia ha proseguito fino a nord ed esattamente a Palau dove con un'altro più corto traghettamento il pandino è arrivato sull'isola La Maddalena e da qui sull'isola di Caprera a rendere omaggio
al Generale Garibaldi, l'Eroe dei due mondi. Dopo Caprera impossibile andare oltre a parte le Bocche di Bonifacio ! L'ho portata nelle spiaggie di Pittulongu, di Bounte, le Conchiglie, la Spiaggia Bianca, Porto Istana, ed ogni cena mi sono presentato regolarmente con lei. Può trasportare cinque persone come è avvenuto con con l'aggiunta dei simpatici Mario e Annalisa all'11a Sagra del Bovino a Calangianus un paesino all'interno del Gallulerese che sorge su un altopiano di 520 metri il maggiore centro italiano per l'estrazione e la lavorazione del sughero, ma non meno importante la sua sfilata davvero pittoresca nonchè affascinante. Di abbondante c'è stata la tanta gente e il buon vino e il mangiare alla sera. Tutto grazie al pandino che dal livello del mare ai 520 metri piena di affamati prima e di gente piena al ritorno, i tratti veramente pendenti li ha fatti regolarmente in seconda a parte un tratto tutto in prima !!
Ma non l'ho guidata solo io ma anche Giuditta e Michele. Macline no perchè non ha la patente ma mi ha promesso che lo farà ben presto per poterla guidare, comunque a parte quello di guida gli altri posti li ha occupati tutti. Quanta gioia ci ha dato ma voglio pensare che di tanta gioia abbia goduto anche lei da farmi ricordare una storia: Un uomo visita una città straniera e va al palazzo reale, va a vedere il monumento principale e poi la città vecchia dove entra in un cimitero e sulle lapidi legge "Ha vissuto 59 giorni", "Ha vissuto 12 giorni", "Ha vissuto 47 giorni" e si accorge che sono quasi tutte simili. Poco più lontano vede un'uomo vestito tutto di bianco con una barba altrettanto bianca e avvicinandolo gli chiede se fosse un cimitero per bambini. L'uomo gli spiega che che no sono tutti morti in età adulta, quella sulla lapide sono il numero dei giorni che hanno vissuto veramente, quelli in cui si sono goduti la vita. Io non so quanti me ne scriveranno sulla mia, ma grazie al pandino ne ho aggiunto qualcuno in più. Grazie Mà.
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domenica 24 giugno 2012

Un paio di scarpe

Oggi ho compiuto un gesto che se fosse dipeso dal mio cuore non avrei mai fatto. Questa mattina ho gettato un paio di scarpe che mi hanno accompagnato per un lungo periodo della mia vita. Quanta strada nelle mie scarpe, quanti ricordi nella mia mente. Già! Era il maggio del 1983 e per la prima volta della mia vita andavo tutto solo a comprarmi un paio di scarpe e potevo pagarle con i miei propri mezzi. Che soddisfazione. Ero contento ed eccitato allo stesso tempo. Appena le ho viste mi sono innamorato e credo che se anche non le avessi trovate del mio numero ne avrei comprato un numero più grande e mi sarei arrangiato di seguito. Ma quel giorno fui fortunato e appena calzate le sentii perfette, le sentii mie. Le tenni fino a casa dove le mostrai a tutti, come se avessi avuto due piedi nuovi e quando le tolsi, le pulii e le rimisi nella sua scatola decidendo che le avrei usate solo nei fine settimana e nelle occasioni importanti. In quel periodo erano i tempi dei pantaloni a tubo e quindi cercavo di mettere quelli più stretti possibile non tanto per seguire la moda ma perchè lasciavano più vista alle scarpe. Dopo qualche tempo perdettero tale importanza e divennero di uso quotidiano. Intanto mi vantavo con tutti per quelle belle scarpe, talmente tanto che raccontavo che le avevo comprate in un famoso negozio ultra chic ed ultra conosciuto. Ho saputo solo più avanti che quel negozio era un negozio di abiti da sposa per donne. Erano veramente belle e mi sembravano ben fatte e resistenti. In effetti dopo 30 anni posso dire che ne abbiamo fatta di strada insieme. Ora mi è toccato buttarle, non ce la facevano più sia esteticamente che "fisicamente" infatti dopo avergli rifatto le suole forse ben cinque volte di cui anche a Cape Town mentre ero in tour per il Sud Africa, una a Kinshasa e l'ultima qui in Abidjan, oggi sono completamente distrutte. Anche volendo regalarle nessuno le vorrebbe. Perché gettarle e non tenerle come un souvenir ?? Beh un ripensamento l'ho avuto, non riuscivo andare a dormire sapendole in un bidone di uno scantinato come uno scarto qualsiasi di Abidjan, quindi mi sono vestito e sono sceso a recuperarle. Ero contento di rivederle e domani che avrò tempo le pulirò e le rimetterò nella scatola, le porterò di nuovo a casa di mia madre e gli troverò uno spazio in cantina in attesa di tempi .... pardon, di suole migliori.

mercoledì 30 maggio 2012

Un cane, un frutto dolce

Lo scopo del mio ultimo viaggio di ritorno in Italia dopo un'anno di assenza è stata quella di rendere visita alla mia famiglia nonchè agli amici e a qualche parente. Purtroppo il tempo concessomi di giorni di ferie anche se lungo è sempre corto per chi ha tanto da fare e tante persone da incontrare. Ma di tutti quelli incontrati me ne sovviene uno su tutti: Mango. Mango è il nome di un cane, anzi del cane di Nicholas. Chi è Nicholas ?? Il proprietario del cane di nome Mango !! Comunque sia Mango vive una parte della sua vita con Nicholas e l'altra nell'appartamento di mia madre Eugenia. È un cane di piccola taglia più pelo che carne a guardar bene. Se mi ricordo bene Mango è stato adottato una decina di anni fa a Olbia proprio da Nicholas, un trovatello insomma, di quelli buoni che non abbaiano mai, o quasi mai ma che sono il terrore dei "topi" d'appartamento. Il tipo di cane buono che dove lo metti lo ritrovi. Ti segue ovunque come è successo due Natali fa in giro per Milano a fare shopping e su e giù dalla metropolitana e dentro e fuori i negozi. Mango è anche abituato a viaggiare in auto, in traghetto ed in aereo, insomma un cane viaggiatore. Perché mi sovviene più di tutti gli altri ?? Perché una volta ritornato qui ad Abidjan mentre stavo gustandomi un buon e dolce mango ivoriano mi é venuto in mente che quando sono arrivato a casa di mia madre è quello che mi ha fatto le feste più di tutti gli altri,  scodinzolando continuamente, correndo per svariati minuti senza senso e per fermarsi solo  per aggrapparsi alla mia gamba con lo sguardo fisso a cercarmi e con la lingua tremolante fuori dal suo piccolo muso come dopo una corsa, ad aspettare le mie carezze. A dire la verità quando son partito mi ero totalmente dimenticato di lui e non l'ho salutato, come sempre del resto!! Ma sono sicuro che Mango no ! Sono ipersicuro che lui un paio di giretti in camera mia se li sia fatti per cercarmi e quindi ne approfitto per salutarlo ora: Ciao bel cane e buono come i miei di manghi.

martedì 8 maggio 2012

Compleanno......i !

Meno di 24 ore al mio Compleanno. Che emozione. Hai voglia di dire che ogni compleanno corrisponde ad un anno in più (quindi sentirsi dire di essere più vecchi, da quelli più giovani .... che poi col tempo diventeranno anche loro più vecchi ) ma quel giorno per ognuno di noi rappresenta la nascita e quindi i Regalo. In quanto umani un vero Dono di Dio ! Che emozione il giorno più bello nel quale di certo qualcuno chiamerà.
Che emozione ..... ancora qualche ora e poi sarà il mio turno !! Già perchè oggi non è ancora il mio compleanno. Infatti sono nato il 9 Maggio, quindi sarà domani e quindi devo aspettare qualche ora ancora. Oggi è l'8 Maggio e quindi è il compleanno di qualcun'altro. Vediamo se conosco qualcuno ..... ahhhh sii la mia bella cugina Elena, che sciocco !! Lo stavo dimenticando come sempre. Infatti ogni anno al 9 Maggio mi arrivano gli auguri della mia cuginetta seguiti dai miei di contraccambio per i suoi del giorno prima, ma questa volta no ! Questa volta la chiamo e gli faccio gli auguri !! Scusate se interrompo ma devo correre a chiamare mia cugina per dirgli finalmente: Tanti cari auguri e buon compleanno Elena.